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Inno del Reggimento "San Marco"
Noi
Vedevam
Ogni
mattin
Splender d’or – Tutta Trieste al nuovo sol
Vedevam
l’ala tricolore
Sul
golfo inter – senza timor – sciogliere il vol.
Ma
un dì dovemmo il suol
redento,
abbandonar
Nell’uragan
– pare per duol – piangere il ciel –
Parea
urlar – d’ira e d’orror il mar.
Calato
è l’invasor
Dai
monti fino al mar,
Venezia,
amor – d’ogni italian fra i mari e l’or
Gia
del cannon – ode vicino il tuon.
Noi
lo giuriam sui capi bianchi delle nostre madri,
Noi
lo giuriam per gli stellanti occhi del nostro amor
L’onor
che l’Italia a noi
volle
affidar – custodirem – sacro tesor,
Iddio lo vuol,
libereremo
il nostro suol!
San
Marco lo vuol,
libereremo
il nostro suol!
Elementi
storici del glorioso Reparto attraverso il suo inno

Il
ritrovamento, per un caso fortuito, di un opuscolo intitolato Inno
del reggimento Marina "San Marco" ci dà lo spunto per riscoprire
alcuni elementi storici connessi all'origine dell'inno stesso, oltre che interpretarne il testo. Quest'ultimo ricalca in pratica le prime vicende del
nostro glorioso Reparto, così indissolubilmente legato a Venezia e al suo
emblema storico, il Leone di San Marco, ma anche alle opposte sponde
dell'Adriatico, sulle quali la Serenissima repubblica regnò per secoli, forte
non soltanto del suo potere ma anche della sua cultura e civiltà. L'opuscolo,
stampato nel 1926 a cura della tipo-litografia del Ministero della Marina,
raccoglie il testo dell'Inno scritto dal Tenente di Vascello Mario Rosselli
Cecconi, accompagnato da cenni sulle origini di tale inno, oltre allo spartito
dovuto al maestro Musso. Non vi è indicata una data ben precisa per la stesura
dell'inno, ma la si può collocare, almeno per il testo, alla fine del 1917,
tenendo in debito conto il significato di alcuni versi, che ci faranno ora da
traccia ideale in questa breve ricostruzione storica delle prime vicende del
reggimento. Sin dalle fasi preparative della nostra entrata nel primo conflitto
mondiale, la Regia Marina si dichiarò disponibile a fornire un contributo in
artiglierie per sopperire alle esigenze del fronte. Iniziate il 24 maggio 1915
le operazioni, con l'intento di rendere più proficuo il coordinamento tra le
due Forze Armate, la Marina istituì un suo apposito comando presso il quartier
generale dell'Esercito, retto direttamente dal sottocapo di Stato Maggiore,
Contrammiraglio Lorenzo Vittorio Cusani Visconti. Come noto, nella sua avanzata
sulla direttrice di Trieste, l'ala destra della III Armata e nella fattispecie
la 13^ Divisione, raggiunse Monfalcone nei primi di giugno. L'avanzata dovette
ben presto arrestarsi per la resistenza degli Austro-ungarici e la guerra di
movimento si trasformò in guerra di posizione e d'usura. Importante divenne a
questo punto il contributo in artiglierie della Marina, che il 10 giugno istituì
due comandi di difesa marittima, l'uno a Grado e l'altro a Porto Rosega
(Monfalcone), facendoli presidiare da una compagnia di Marinai Fucilieri. Nel
contempo furono apprestate le opere difensive, in particolare nel settore della
foce isontina e nella laguna di Grado, mentre veniva rafforzata la componente di
artiglieria con lo schieramento di batterie sia fisse sia galleggianti. Queste
ultime svolsero un ruolo fondamentale, essendo chiamate a proteggere le spalle
della III Armata da attacchi provenienti dal mare, ma anche a battere le
posizioni costiere avversarie in particolare quelle esistenti a Duino e
Miramare. Ecco quindi che i marinai, schierati sul lato occidentale del golfo di
Ponzano, potevano vedere sul lato opposto la città di Trieste, che sembrava
ormai a portata di mano, anche se le ripetute offensive scatenate tra il 1916 e
il 1917, avevano concesso solo qualche rettifiche del fronte, che comunque
andava approssimandosi al capoluogo giuliano.
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A
questo scenario si riferiscono quindi i primi versi dell'inno del San
Marco: Noi
vedevam ogni
mattin splender
d'or tutta
Trieste al
nuovo sol vedeva
l'ala tricolor sul
golfo inter scioglier
il vol
|
| Le esigenze proprie del conflitto andavano richiedendo risorse sempre maggiori, sia in uomini, e la Marina fu chiamata a fornire nuovi contributi. Alcune batterie di artiglieria vennero trasferite all'Esercito, altre furono fatte trasferire al fronte, mentre quattro reparti, forti di circa 250 Marinai, furono chiamati a rilevare presidi dell'Esercito e della Guardia di Finanza, esistenti nella zona di Grado. Fu costituito, per questo nuova esigenza, il Comando Militare Marittimo a levante di Porto Lignano, retto dal Contrammiraglio Paolo Marzolo. tale Comando ebbe un suo ruolo ben specifico durante la cosiddetta undicesima battaglia dell'Isonzo, che prevedeva tra l'altro anche una direttrice d'attacco lungo la costa, con l'obbiettivo di raggiungere Trieste. Anche questo ennesimo sforzo non ebbe successo, i risultati ottenuti furono limitati e Trieste rimase ancora una meta agognata. Si era giunti intanto nell'autunno 1917 e l'iniziativa era passata in mano agli Austro-ungarici, che il 24 ottobre riuscirono a sfondare il fronte della II Armata a Caporetto. La III Armata, nel cui ambito operavano i reparti della Marina, non venne investita direttamente dall'offensiva nemica ma, al fine di evitare l'accerchiamento, dovette ripiegare dalle proprie posizioni. Il giorno 26, il capo di Stato Maggiore, Ammiraglio Thaon di Revel, diede l'ordine di ripiegamento, che fu effettuato sia via mare sia attraverso le acque interne, ossia l'intrico di canali maturali ed artificiali, che negli ultimi due anni erano utilizzati come vie di comunicazione relativamente protetta dalla possibile offensiva nemica. Tutto il materiale trasportabile venne evacuato, il resto fu distrutto: Monfalcone fu sgomberata entro il 28 ottobre, Grado il giorno successivo, quando l'ultimo contingente, forte di un centinaio di marinai, lasciò la cittadina sotto la scorta dei MAS di Luigi Rizzo. Alla dura realtà della ritirata, difficile da accettare da parte di coloro i quali per due anni avevano compiuto sacrifici di ogni sorta, in un ambiente difficile come la laguna e le zone limitrofe, sono dedicati i versi della seconda strofa: |
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Ma
un dì dovemmo il suol redendo
abbandonar nell'uragan parea
per duol pianger
il ciel parea
urlar d'ira
e d'orror il mar
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Fallito
il tentativo di realizzare una linea di resistenza sul Tagliamento, ne fu
tentata una più arretrata sul fiume Lemene e a tale scopo fu fatta rapidamente
arrivare una compagnia di Marinai forte di 250 uomini, che fu posta al comando
del Capitano di fanteria Mazzi e che da lui prese il nome. Entro il 7 novembre,
però, anche questa linea dovette essere abbandonata. Nel frattempo era stato
creato uno sbarramento lungo il fiume Piave, da San Donà a Porto di Cortellazzo,
mentre veniva allungata la laguna tra il Piave e il Sile. Si trattava in pratica
dell'ultima linea di resistenza che si frapponeva tra Venezia e le avanzanti
forze Austro-ungariche. Per ordine dell'Ammiraglio Thaon di Revel, due gruppi di
pontoni armati e la compagnia "Mazzi" presero posizione su tale linea
il 9 novembre, primo embrione di quella che in breve tempo sarebbe divenuta la Brigata
Marina. Caduta l'ipotesi di evacuare Venezia, anche per le pesanti
ripercussioni psicologiche che un simile evento avrebbe potuto generare nelle
forze armate e nel Paese in genere, la Marina si assunse il gravoso compito di
difendere la città lagunare da un nemico che sembrava ormai inarrestabile. A
questo tragico momento storico, alla minaccia che incombeva su Venezia, è
dedicato il terzo verso dell'inno:
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Calato
è l'invasor
dai
monti fino al mar,
Venezia,
amor
d'ogni
italian
fra
i marmi e l'or
già
del cannon
ode
vicin il tuon.
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Il
tempo a disposizione era poco e le iniziative non tardarono a essere messe in
atto: già il 9 novembre venne ricostituito il Raggruppamento artiglieria Regia
Marina, posto al comando del capitano di Fregata Antonio Foschin, pochi giorni
dopo veniva creato a Venezia l’Ispettorato della difesa mobile della Regia
Marina. Quest’ultimo era destinato a radunare tutte le forze disponibili e
coordinare la costituzione e l’avvio dei al fronte dei reparti organici.
Nel capoluogo veneto infatti era stato concentrato il personale sgomberato da
Grado e Monfalcone, che era andato ad aggiungersi a quello già esistente e ad
altro in affluenza da diverse basi. In considerazione del fatto che già dal
periodo d’anteguerra i vari Comandi Marittimi avevano iniziato ad addestrare
alla difesa costiera reparti del Corpo Equipaggi, fu pertanto possibile
costituire in tempi relativamente brevi anche dei battaglioni di Marinai,
destinati a combattere sul fronte terrestre. Il primo, che ricevette il nome di
Monfalcone, venne formato dalla già citata compagnia “Mazzi” e da personale
appartenuto alle difese di Grado e Monfalcone. Lo componevano un totale di 22
ufficiali e 899 uomini, inquadrati in quattro compagnie, poi ridotte a tre al
fine di uniformarsi agli organici previsti. Per altri due, Caorle e Grado,
formato anch’essi entro il mese di novembre, il personale fu attinto dalle
compagnie di difesa costiere della Spezia, Napoli e Messina. Entro la fine
dell’anno venne costituito anche un quarto battaglione, detto Navi, in quanto
formato con personale provenente da diverse unità navali; inizialmente
destinato alla difesa di Ancona, il battaglione fu poi svincolato da tale
compito e raggiunse in linea gli altri battaglioni, con il nome di Golametto.
Tutti questi raparti furono inquadrati nell’ambito del reggimento Marina, che
fu posto al comando del Capitano di Vascello Alfredo Dentice di Frasso. Un
quinto battaglione fu invece destinato a funzioni di addestramento dei
complementi. Il Reggimento Marina e il Reggimento Artiglieria confluirono nella
Brigata Marina, il cui comando ebbe sede a Venezia. Il primo battaglione a
essere impiegato sul fronte fu ovviamente il Monfalcone, che già il 15 novembre
respinse un attacco nemico. Il 3 dicembre venne raggiunto dal Caorle, mentre
l’intero reggimento si distinse il giorno 19, riuscendo a contenere un
violento attacco portato dagli Austro-ungarici, intenzionati a raggiungere
Venezia entro Natale. Seguirono mesi segnati da una logorante attività di
pattuglia, nella quale eccelsero gli “arditi reggimentali”, costituiti per
iniziativa spontanea nell’ambito dei singoli reparti. Venezia, già salva
grazie alla disperata resistenza del novembre-dicembre 1917, volle offrire al
Reggimento che maggiormente si era distinto nella sua difesa la Bandiera di
Combattimento, che fu solennemente consegnata in Piazza San Marco il 19 maggio
1918. Quella Bandiera, portata al fronte, fu testimone nel giugno successivo
della vittoriosa battaglia del Piave, che frustrò definitivamente le mire
Austro-ungariche. Per il Reggimento Marina fu il ricordo dell’impegno profuso
per difendere la Serenissima e sprone per liberare le terre italiane
dell’occupazione nemica, come anche testimoniato dall’ultimo verso
dell’inno:
|
No!
Lo giuriam
Sui
capi bianchi delle nostri madri,
No!
Lo giuriam
Per
gli stellanti occhi dei nostri Amor,
l’onor
che l’Italia a noi
volle
affidar
custodirem
sacro
tesor,
Iddio
lo vuol,
libereremo
il nostro suol.
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L’estate
1918 vide un riordinamento organico del Reggimento, che risultò sempre
costituito da quattro Battaglioni (il Monfalcone era stato nel frattempo
ribattezzato Bafile, dal nome del Tenente di Vascello Andrea Bafile, primo
decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare del Reggimento), ciascuno formato
da tre compagnie fucilieri, una di mitraglieri e un reparto zappatori. Venne
inoltre ufficializzata la presenza di un reparto arditi reggimentale, oltre che
di una compagnia mitraglieri lagunari, la quale aveva in dotazione natanti a
fondo piatto. Con questa forza, il Reggimento Marina prese parte alle ultime
fasi del conflitto, partecipando direttamente alla liberazione delle terre
italiane d’oltre Adriatico. Così il Golametto, imbarcatosi a Venezia
sbarcò a Trieste nel pomeriggio del 3 novembre, mentre il giorno 10 il Bafile
raggiunse Duino e Nebresina e il Caorle Pola. Unica eccezione il Grado,
trasferito a Taranto e da qui a Valona. A Pola, il Caorle e il Bafile, insieme
al comando reggimentale, presero sistemazione nella caserma “Franz Josef”,
sede della Scuola Macchinisti della Marina Austro-ungarica, che in seguito,
ribattezzata “Nazario Sauro”, sarebbe divenuta sede definitiva del
Reggimento. Nelle turbolente giornate che seguirono, altre terre adriatiche
richiesero la presenza dei Marinai: ai primi di dicembre il Bafile fu trasferito
a Fiume, il Caorle a Veglia, Lussino ed Arbe, mentre il Grado inviava suoi
distaccamenti nelle isole di Curzola e Lesina. Solo il Golametto rimase a
presidio di Pola. A gennaio il Reggimento era nuovamente riunito nella città
istriana per avviare la smobilitazione delle classi più anziane. Mentre questo
procedeva su richiesta del Sindaco di Venezia avallata dal Ministro della
Marina, il 17 marzo 1919 il Re concesse la sua autorizzazione affinché il
Reggimento Marina ricevesse il nome SAN MARCO. E il 25 marzo, proprio in Piazza
San Marco ciò fu sancito con una cerimonia ufficiale e la benedizione del
Patriarca. Il leone alato visto di profilo, oro in campo rosso, fece così la
sua comparsa sulle mostrine degli Ufficiali e dei Sottufficiali, così come
sulle manopole applicate sui risvolti delle maniche di Sottocapi e Comuni. E da
allora il simbolo della Serenissima ha continuato ad essere l’emblema del
Reggimento, binomio indissolubile nato nelle trincee del basso Piave e destinato
a perpetuarsi nel tempo. |
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Download (data l'estensione del file occorrono alcuni minuti per ascoltare il brano musicale)
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