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1992/3 - 2003: decennale della missione "IBIS"in
Somalia
Il racconto di Capo Gianni La
Ragione
Intervista di Stefano
Frantz
Tratto da :
www.friulanidimarina.org
Sono passati dieci anni da quando è iniziata la
missione "Somalia 1", o Restore Hope, che ha visto impegnati Uomini
e mezzi in gran numero per riportare la pace nella martoriata
Somalia. Attraverso l'intervista al nostro amico e collega Gianni La
Ragione proviamo a ricostruire gli elementi principali di quella
difficile (e anche sanguinosa) missione.
"Gianni, sono passati 10 anni da quando hai
compiuto la missione in Somalia: come avete preparato il vostro
intervento?"
"Nel dicembre del 1992 il Battaglione SAN MARCO
venne chiamato a svolgere una nuova missione di "Peace Keeping"
all'estero. La missione italiana prese il nome di "IBIS" inserita
nell' operazione "Restore Hope" nell' ambito di una forza
multinazionale schierata dall' ONU con lo scopo di ristabilire
condizioni di vita pacifiche. Come in tutte le missioni, l'allarme
scattò qualche giorno prima. Venne richiamato tutto il personale, si
eseguì un check dei materiali e delle armi occorrenti e venne
illustrata una panoramica della missione da svolgere in base alla
ultime informazioni ricevute. E' chiaro che le disposizioni di
dettaglio sarebbero state date successivamente quando sarebbero
stati definiti gli obiettivi tenendo presente lo scopo della
missione stessa. L' addestramento venne svolto in funzione della
missione da svolgere. Sapevamo già che la Somalia era devastata da
anni da una guerra civile che vedeva i diversi gruppi tribali
combattersi senza tregua riducendo alla fame l'intera popolazione;
le bande armate scorrazzavano per il paese razziando ed ammazzando
civili inermi. Ciò significava per noi che prima o poi avremmo
dovuto vedercela con queste bande cercando di ristabilire la
normalità nella città di Mogadiscio in collaborazione con gli altri
contingenti internazionali schierati dall' ONU. L' organizzazione di
posti di blocco, pattugliamenti diurni e notturni delle strade,
rastrellamenti per il sequestro di armi e la distribuzione dei
viveri alla popolazione, erano le attività che ci aspettavano e
consapevoli di ciò che andavamo a fare, l'11 dicembre 1992 salpammo
con NAVE SAN GIORGIO da Brindisi."
"Quando siete arrivati in teatro
operativo?"
"Siamo giunti in zona di operazioni il 23
dicembre 1992 (11 giorni di navigazione) ed in particolare alla
fonda del porto vecchio di Mogadiscio dalla quale riuscivamo ad
intravedere la spiaggia dove saremmo sbarcati dopo alcune ore. Si
udivano anche, quando il vento era a favore, i primi colpi di armi
da fuoco che evidentemente servivano per disincentivare il nostro
sbarco; ma a terra prima o poi dovevamo arrivarci."

"Siete stati ospiti delle Unità della
Marina: quel'è stato il vostro rapporto con i colleghi
marinai?"
"Il Gruppo Operativo imbarcato era composto da
circa 300 fucilieri suddivisi nelle diverse specialità: assaltatori,
pionieri, esploratori, mortaisti, missilisti, sommozzatori e gruppo
logistico da campo. Chiaramente si trattava di un gruppo
trasportato che non aveva mansioni nella vita di bordo e nonostante
ciò il personale della nave nutriva un grande rispetto poiché era
cosciente della particolare missione che si andava a svolgere sotto
la bandiera dell' ONU."
"Raccontaci del vostro primo contatto con il territorio e la
gente somala".
"Il contatto con il territorio è un qualcosa che
né io e né i componenti della squadra che comandavo dimenticheremo
mai, come del resto tutto il contingente che sbarcò. Il giorno 23
avvenne lo sbarco: riuscimmo a mettere in sicurezza l' area che ci
era stata assegnata senza particolari problemi ed in serata l'
accampamento era quasi completato. Fin qui tutto era andato
liscio (fin troppo….). Il giorno 24 dicembre le prime pattuglie
cominciarono a fornire una sicurezza più organizzata al campo e si
volle fare il tentativo di illuminare il campo nelle ore notturne
poiché tutte le attività fino a quel momento le avevamo fatte al
buio completo in quanto era prudente non offrire nessun bersaglio;
questa decisione permise a qualche banda della zona di darci il
saluto di benvenuto: appena il mobilux illuminò il campo, una
raffica di traccianti sparati da un kalasnikov sfiorò la pattuglia
di guardia e le luci. Il sibilo di quegli spari lo ricordo ancora
per non parlare della sensazione che provi quando si vedono partire
delle "frecce colore rosso fuoco" verso la tua
posizione. L'allarme scattò subito nonché la caccia al
responsabile, ma ovviamente giocavano in casa e riuscimmo soltanto a
rinvenire i bossoli dal punto dal quale ci avevano sparato. L'
evento ci scosse un po' forse perché eravamo al primo giorno e non
conoscevamo ancora la zona se non tramite lo studio delle carte
topografiche. Successivamente le cose andarono meglio visto che
eravamo riusciti ad avere l' appoggio degli "anziani" delle tribù,
probabilmente perché ricordavano il loro paese come ex colonia
italiana, ed anche per questo motivo avevamo pochi problemi con la
lingua nel comunicare con la popolazione."
"Com'era la vostra giornata
tipo"?
"Come già detto, il nostro compito principale era
quello di ristabilire la pace sul territorio cercando di reprimere
le attività illecite delle bande ribelli; ciò poteva essere fatto
soltanto esponendoci in prima persona, vale a dire far sentire la
propria presenza pattugliando le strade, creare dei posti di blocco
con perquisizioni a campione di autovetture e relativi occupanti ed
eventualmente intervenire con la forza in caso qualcuno ci
ostacolasse (le regole di ingaggio le conoscevamo bene: eravamo
autorizzati ad aprire il fuoco su chiunque ci avesse puntato un
arma! )
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Anche quando eravamo di "squadra
libera", dovevamo circolare nel campo sempre con l'arma pronta e con
giubbotto antischegge ed elmetto a portata di mano nonostante le
temperature medie fossero intorno ai 40 gradi (ricordo che in 3 mesi
di missione non ha mai piovuto ed il cielo non si era mai
annuvolato). I pochi momenti liberi li trascorrevamo guardando
qualche videocassetta che ci mandavano dall' Italia nella sala TV
che eravamo riusciti ad allestire (era ricavata in un vecchio
casolare bombardato da mortai le cui pareti le ricostruimmo con
centinaia di sacchetti di sabbia coperti da reti mimetiche per
evitare eventuali sorprese, cosi come anche la
mensa)."
"Un episodio particolare che ti è rimasto in
mente..."
"E' difficile esprimere un solo particolare
episodio poiché ce ne sono stati tanti. Tra questi ricordo una
delle prime scorte convogli che abbiamo fatto, dove in pieno deserto
abbiamo scortato circa 50 autocarri stracolmi di viveri appena
giunti in porto e diretti a popolazioni dell'entroterra ; purtroppo
riuscimmo a portare a destinazione solo il 30% del carico a causa
delle condizioni meccaniche disastrose in cui erano gli autocarri :
parabrezza inesistenti, motori in continua ebollizione ed
inesistenza dei pneumatici di scorta… Nessuno ci aveva avvisati che
avremo dovuto scortare un carico cosi disperato; sono convinto che
gli autocarri che man mano andavano in avaria, diventarono una
facile preda per le bande della zona."
"Ci sono stati momenti di vera tensione? Momenti
particolarmente pericolosi?"
Si ci sono stati, ed erano abbastanza
frequenti. Il pericolo maggiore per noi, era rappresentato dalla
"routine" che ti portava a sottovalutare situazioni e comportamenti
dietro le quali possono nascondersi seri rischi. Ricordo in
particolare una missione di ricognizione che dovevamo svolgere in un
villaggio molto lontano da Mogadiscio ; il villaggio era noto con il
nome di ITALA con forte presenza di bande ribelli che a bordo di
gipponi PK (chiamate in gergo TECNICHE) armate di mitragliere
pesanti terrorizzavano le popolazioni. Ovviamente l' allarme scatta
quando eravamo liberi : ci approntiamo e dopo 5' arriva un
elicottero a prenderci. Dopo l' atterraggio, in tutta fretta
cerchiamo di portarci in prossimità della zona da ricognire ; si
trattava dell' ospedale della zona dove ci avevano segnalato la
presenza di alcune TECNICHE SOMALE ed il nostro compito era quello
di accertare visivamente queste presenze. Ad un incrocio troviamo
fermo uno di questi gipponi, forse ci aspettava avendo sentito il
rumore dell' elicotterio; ci avviciniamo lentamente ( ma avevamo già
il colpo in canna) per verificare chi fossero e soprattutto per
controllare se erano in possesso della prevista autorizzazione per
essere armati. Ci hanno guardato malissimo appena gli abbiamo
chiesto se avessero la PINK CARD cioe' l' autorizzazione a circolare
armati (piu' di noi…) C' e' stato qualche attimo di panico in cui
nessuno si muoveva ma tutti ci guardavamo, fino a quando uno di loro
non mi esibisce una lettera firmata da un Generale U.S.A. dove li
autorizzava a circolare armati. Noi eravamo in 8, loro forse una
quindicina senza contare la marea di gente che ci aveva praticamente
circondato per guardare cosa stesse succedendo ; cio' mi fece
prendere la decisione di defilarci con discrezione e chiamare l'
elicottero per un veloce recupero. Ci prelevarono giusto in tempo
poiché notammo un considerevole gruppo di persone che si
avvicinavano all'elicottero. Al rientro, nel rapporto di
pattuglia, feci presente che forse in quelle missioni bisognava
andare in 3 o 4 quadre in modo da stare tranquilli poiché notai nei
componenti della mia squadra un po di comprensibile
tensione.

"In caso di necessità, saresti pronto per partire
in una nuova missione?"
Certo, è il nostro lavoro. Ci si può
rimettere tanto in queste operazioni ma è anche vero che sotto
l'aspetto umano ti danno tantissimo. Il 27 marzo 1993 lasciamo
Mogadiscio per fare ritorno in Italia; in 3 mesi di missione abbiamo
sequestrato circa 200 armi e 2000 proiettili di ogni calibro,
distribuito oltre 1500 quintali di viveri ed infine curato circa
3500 somali nei nostri ambulatori. Non siamo mai stati
protagonisti di autentici combattimenti, ma solo di qualche
sporadico episodio causato più che altro dall' imperizia dei Somali
che non sono combattenti addestrati. Purtroppo dopo la nostra
partenza la situazione degenera e anche il contingente Italiano
dell' Esercito rimasto in loco ha pagato un pesante tributo di vite
umane ( check point PASTA).

Curriculum vitae:
Capo di 2^ classe Giovanni LA RAGIONE, nato a
Taranto il 27.11.1966
Titolo di studio: Diploma di Perito
Elettrotecnico
Categoria/Specialità: Fuciliere di Marina con
specializzazione assaltatore
Corsi frequentati:
Corso di specializzazione per Fucilieri Assaltatori
c/o il Gruppo Scuole del BTG San Marco Brindisi; Corso di
qualificazione professionale (CQP) per abilitazione a Comandante di
Squadra assalto; Corso IGP (Istruzione Generale Professionale) :
1^ fase c/oMariscuola Taranto ; 2^ fase c/o il Gruppo Scuole del
Raggruppamento Anfibio San Marco per abilitazione al Comando di
unità minori da combattimento; Corso P/MRS (Perfezionamento
Marescialli) c/o Mariscuola Taranto; Corso di metodologia
didattica e tecniche di conduzione d'aula per Sottufficiali
Istruttori c/o Mariscuola Taranto; Corso di Abilitazione al
lancio con paracadute vincolato c/o la SMIPAR di Pisa.
Incarichi
ricoperti:
Comandante di Squadra Assalto/Vice Comandante di
Plotone c/o il Gruppo Operativo del BTG San Marco; Istruttore ai
Corsi di Addestramento c/o il Gruppo Scuole del Raggruppamento
Anfibio San Marco; Inquadratore ai corsi c/o la Scuola Navale
Militare "F. Morosini" di Venezia; Responsabile degli ausili
audio-visivi c/o la Direzione Corsi dell'Istituto di Studi Militari
Marittimi di Venezia (attuale incarico).
Onorificenze:
Distintivo d'Onore per lunga permanenza nel BTG San
Marco; Medaglia Commemorativa per l'attività di protezione del
naviglio mercantile nazionale in Golfo Persico; Croce
Commemorativa per la partecipazione alle operazioni in
Somalia; Croce d'argento per anzianità di servizio militare (anni
16).
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