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Chi
domina sul mare domina su tutto
Temistocle (514-449 a.C.) (1)
L'attacco
Romano ad Aspis del 256 a.c.
Le
guerre puniche furono combattute fra Roma e Cartagine per il dominio del
Mediterraneo. Mentre Roma si espandeva territorialmente nell’Italia
peninsulare, Cartagine, ricco centro commerciale presso l’attuale città
di Tunisi, accresceva il proprio controllo su quel mare e sulle sue
coste.
I
governanti romani e quelli cartaginesi erano interessati ai traffici
marittimi con i loro domini nel bacino e, in particolare, entrambi
aspiravano a sottomettere la Sicilia, considerata un polo strategico per
gli scambi sul mare.
La concorrenza commerciale, le contrastanti ambizioni e la reciproca
percezione della minaccia ai propri interessi e alla propria sicurezza,
portarono al deterioramento delle relazioni fra le due potenze (2).
Quando Cartagine minacciò di conquistare Messana (Messina), e di
dominare conseguentemente lo Stretto, la tensione aumentò (3).
La
prima guerra punica (264-241 a.c.)
La
guerra scoppiò quando gli abitanti di Messana chiesero aiuto sia a Roma
che a Cartagine nella loro disputa con Syracusae (Siracusa). I
Cartaginesi arrivarono prima e si impossessarono della città (4). Nel
264 a.C., il console romano Appio Claudio salpò da Regium (Reggio
Calabria) e diresse a nord-ovest verso la città contesa. Prima di
intraprendere la traversata, Claudio aveva studiato le correnti e i
venti della zona, ma la navigazione presentò rischi notevoli, data la
superiorità della Marina cartaginese. Il Console, tuttavia, riuscì a
sbarcare la sua forza anfibia senza incontrare alcuna resistenza (5).
Questa fu la prima occasione nota in cui i Romani trasportarono via mare
reparti armati e li sbarcarono su una spiaggia potenzialmente ostile
(6).
A Messana, Claudio, dopo un primo successo contro i Siracusani, attaccò
e sconfisse i Cartaginesi (7). I Siracusani furono poi incalzati dal
console Marco Valerio Massimo, e perciò il re di Siracusa Gerone II,
nel 263 a.C., fu costretto a stringere un’alleanza con Roma contro
Cartagine (8). L’anno seguente, forze romane posero l’assedio al
caposaldo cartaginese di Agrigentum (Agrigento). Gli assediati, al
comando del generale Annibale Giscone, opposero una tenace resistenza,
ma dovettero poi soccombere (9).
Nonostante le vittorie riportate dalle armate romane su terra, Cartagine
continuava a mantenere il controllo del mare. La Marina cartaginese
sconfisse una flotta romana presso Lipara (isola di Lipari) nel 260 a.C.
(10). Per contrastare la superiorità dei loro avversari, i Romani
idearono e realizzarono il «corvo», un dispositivo che era una
combinazione di un grappino con una passerella.
Quando
una nave nemica si avvicinava, l’equipaggio romano lanciava il corvo
sulla sua coperta, agganciandola con l’estremità, che era appunto a
becco di corvo, perciò immobilizzandola. Un gruppo di fanti di Marina,
a questo punto, irrompeva sul ponte del bastimento agganciato e dava
inizio al combattimento corpo a corpo (11). Con l’uso del corvo, i
Romani vinsero gli scontri navali di Mylae (Milazzo) nel 260 a.C., di
Tyndaris (Tindari, presso Patti) nel 257 a.C., di Ecnomus (Ecnomo,
promontorio, odierno Poggio S.Angelo, sopra Licata) nel 256 a.C.. Le
forze di spedizione romane invasero anche la Sardegna e la Corsica (12);
la Marina conseguì, così, il controllo delle acque fra la Sicilia e
l’Africa e vi erano ormai le premesse per un assalto anfibio contro
Cartagine.
La
pianificazione
Nel 256
a.C. i consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio cominciarono a
pianificare un assalto anfibio contro il Nord Africa. Doveva trattarsi
di un’operazione congiunta di Esercito, Marina e Fanti di Marina con
l’obiettivo di obbligare Cartagine a lasciare la Sicilia (13). Un
assalto anfibio presupponeva, allora come oggi, un piano volto a
coordinare in modo ottimale lo sbarco di truppe, animali, materiali e
rifornimenti, con tutti i reparti di sostegno. Tale piano doveva essere
sufficientemente flessibile da consentire di rispondere ai
contrattacchi, in mare e sul sito dello sbarco. Secondo Polibio (203-120
a.c.), «I Romani avevano fatto preparativi per ambedue i casi, cioè
per una battaglia navale e per un’invasione dal mare del territorio
nemico» (14).
I comandanti divisero la forza anfibia di 140.000 uomini in quattro
reparti tattici. Ognuna delle 330 navi da guerra da impiegare
nell’operazione avrebbe avuto a bordo 300 vogatori e 120 fanti di
Marina (15). Il piano era semplice e chiaro: i consoli avrebbero riunito
a Messana la flotta e questa, navigando lungo la costa orientale della
Sicilia, avrebbe poi diretto per Hermaeum (Capo Ermeo, odierno Capo Bon)
(16). La missione della forza anfibia consisteva nell’insediamento
nell’area prescelta per lo sbarco di un insieme di truppe organizzate
per l’assolvimento dei compiti successivi.
L'imbarco
La fase
d’imbarco di un’operazione anfibia prevedeva, al pari dell’attuale
dottrina statunitense e con le intuibili differenze, l’ordinata
riunione del personale, degli animali e dei materiali e il loro
successivo passaggio a bordo delle navi in una sequenza tale da
soddisfare le esigenze poste dal concetto di base per le operazioni a
terra. Dal modo di disporre il carico su un bastimento dipendeva la
disponibilità delle truppe per lo sbarco e l’ordine in cui i
materiali e i rifornimenti sarebbero stati successivamente sbarcati.
Nella tarda estate del 256 a. C. (17), Regolo e Manlio imbarcarono a
Messana, su navi da guerra, la propria armata (18). Le quinqueremi erano
approssimativamente lunghe 36 m e larghe 6. La velocità massima, con
propulsione a remi, sarebbe stata di circa 6,5 nodi, e quella di
crociera (sostenibile per due ore) di 4 nodi. A vela e con vento fresco,
in assenza di mare di una certa forza, dette unità avrebbero potuto
sviluppare oltre i 9 nodi (19).
il
trasferimento
Il
trasferimento comprendeva, come avviene ai nostri giorni, la partenza
delle navi dai punti d’imbarco, la traversata, l’avvicinamento e
l’arrivo nelle posizioni assegnate nell’area dell’operazione
anfibia. La flotta di Regolo e Manlio, che allineava — come già detto
— 330 unità, salpò da Messana in una stagione favorevole per la
navigazione in quell’area, stagione che andava all’incirca dal 26
maggio al 14 settembre e durante la quale soffiavano generalmente e con
regolarità venti dai quadranti settentrionali (20).
Un’avanguardia, costituita da una squadra probabilmente di 60 navi
(21), percorse le 350 miglia circa che separano Messina da Capo Bon,
sembra senza incorrere in incidenti di rilievo (22). Sui motivi che
indussero a predisporre questo reparto avanzato della flotta in mare si
possono fare solo supposizioni. È possibile che i comandanti in capo
avessero voluto evitare che il grosso della flotta incontrasse un
inatteso contrasto nemico, oppure che avessero pensato di neutralizzare
resistenze di scarsa importanza, o ancora che, nel caso di forte
opposizione, lo spiegamento del corpo principale fosse ugualmente
garantito.
La Marina cartaginese — come accennato — aveva, solo qualche mese
prima, attaccato in modo massiccio una flotta romana a Ecnomus (23), per
cui la squadra avanzata potrebbe anche avere avuto compiti di
ricognizione. Potrebbe, altresì, essere stata impiegata per raccogliere
informazioni sull’idrografia dell’area dello sbarco e sulla natura
della spiaggia, sulle caratteristiche del terreno, sulle strade, sulle
installazioni nemiche, sulle forze dislocate a difesa a Capo Bon e nelle
vicinanze.
La squadra di testa attese a Capo Bon l’arrivo del grosso della forza
navale e, quando tutta la flotta fu riunita, si spostò di 10÷15 miglia
verso sud, fino a raggiungere la città di Aspis (24).
L'assalto
La fase
di assalto dell’operazione romana prevedeva il passaggio nave-terra
degli uomini, lo sbarco dei materiali e degli animali, le
predisposizioni una volta a terra, e l’assedio di Aspis con forze
terrestri. I Romani sbarcarono senza incontrare resistenza da parte
nemica, arenarono le navi e costruirono una palizzata di protezione
utilizzando lunghe e robuste tavole appuntite. Completato questo lavoro,
i legionari marciarono su Aspis, bloccarono la città e dettero inizio
all’assedio. L’azione fu tanto travolgente da costringere in breve
tempo le autorità locali alla resa. I Cartaginesi non vollero opporsi
all’assedio, avendo deciso di concentrare il grosso delle proprie
forze a difesa della capitale. Ad Aspis i comandanti romani stabilirono
una guarnigione col compito di controllare il centro urbano e i dintorni
(25).
La città appena conquistata divenne la base principale dei Romani: da
essa sarebbe stato possibile condurre operazioni offensive, su essa
sarebbe stato previsto il ripiegamento in caso di sconfitta e al suo
interno potevano essere costituiti depositi di rifornimenti. Aspis venne
anche utilizzata come centro per le comunicazioni con i reparti in campo
e con la madrepatria (26). La task force anfibia aveva assolto il
proprio compito. Erano state stabilite a terra forze tattiche e di
sostegno sufficienti ad assicurare la prosecuzione degli sbarchi delle
truppe e dei materiali necessari per l’invasione di Cartagine.
Inoltre, erano state create in quella base nordafricana installazioni di
coordinamento fra comando, comunicazioni e logistica.
Gli
sviluppi
Dopo il
felice esito dell’operazione anfibia, i legionari saccheggiarono le
campagne circostanti e catturarono molto bestiame e 20.000 schiavi. Poi,
da Roma giunsero ordini basati su un errore di valutazione. Anziché
decidere di inviare rinforzi in primavera, venne disposto che Manlio
facesse ritorno a Roma con la maggior parte delle truppe, date le
difficoltà che vi erano per assicurare loro i necessari rifornimenti.
Regolo rimase nella zona di operazioni con 40 navi, 15.000 fanti e 500
cavalieri (27); egli attuò azioni offensive e si impossessò di 200
città (28), fra cui Adys (25 km a sud di Tunisi) e Tunisi (29), ma poi
compì anche lui un errore, quello di stabilire il suo quartier generale
a Tunisi (30), allungando ulteriormente le linee di comunicazione
strategiche con il territorio metropolitano.
Nel frattempo, i Cartaginesi avevano addestrato una nuova armata
composta da elementi reclutati in Grecia, e la posero al comando di un
valente comandante spartano di nome Santippo. Questi era alla testa di
una forza di 12.000 fanti, 4.000 cavalieri e 100 elefanti. Le armate di
Regolo e di Santippo si scontrarono nella valle del fiume Bagradas (Bàgrada,
oggi Megerda) nella primavera del 255 a.C.. Santippo spiegò
efficacemente la sua più forte cavalleria, gli elefanti e la falange,
arrivando a sconfiggere e catturare Regolo, con metà della sua armata.
Solo 2.000 legionari poterono riparare ad Aspis. Le perdite cartaginesi
furono, invece, di soli 800 uomini (31).
Nonostante i rovesci in Sicilia, nel Nord Africa e in mare, i Romani non
desistettero e riuscirono a raggiungere il controllo del Mediterraneo
entro il teatro di operazioni. La superiorità navale romana impedì
alle forze cartaginesi presenti in Sicilia di ricevere rifornimenti e
rinforzi provenienti dall’altra sponda. Uno scontro navale decisivo
ebbe luogo presso le Aegates (isole Egadi) nell’estate del 241 a. C..
La flotta cartaginese, composta da 200 navi, era al comando
dell’ammiraglio Annone; quella romana, forte di 200 quinqueremi,
prendeva gli ordini da Caio Lutazio Catulo. Il combattimento fu spietato
e terribile: i Romani affondarono 50 navi cartaginesi e se ne
appropriarono 70 con tutto l’equipaggio, mentre le forze di Annone
colarono a picco 30 unità romane e ne danneggiarono gravemente 50. La
disciplina e la determinazione dei Romani prevalsero e Cartagine si
arrese. In seguito all’armistizio che ne derivò, i Romani fecero
10.000 prigionieri, la Sicilia occidentale divenne una provincia romana
e Cartagine si impegnò a corrispondere a Roma un indennizzo di 3.200
talenti (al valore attuale, pressappoco equivalenti a oltre 1.600
miliardi di Lit., circa 838 milioni di Euro - NdT), distribuiti nei
dieci anni successivi (32).
Conclusioni
Tito
Livio (59 a.C.-17d.C.) testimonia il valore dell’ammiraglio Lutazio
nella battaglia in cui i due imperialismi si scontrarono in modo
risolutivo. Egli ha scritto che «nessuno può togliere a Caio Lutazio
la gloria della prima guerra punica» (33). Il presente lavoro si basa
principalmente, però, come altri sullo stesso argomento, sulle opere di
Polibio. Quest’ultimo è l’unico storico antico che tratta di questo
conflitto in modo pressoché completo (34). Come rileva Michael Grant,
infatti, Polibio «…fu un vero innovatore, fu assolutamente onesto e
tendeva a essere imparziale» (35). Chi scrive, comunque, si è servito
anche degli scritti di altri storici antichi per colmare le lacune
esistenti in quelli di Polibio (36).
L’operazione anfibia contro Aspis del 256 a.C. fu un successo, in
quanto le forze romane stabilirono sulla terraferma reparti tattici e di
sostegno sufficienti ad assicurare l’ulteriore flusso dal mare delle
truppe e dei materiali richiesti per attaccare Cartagine. Gli errori
successivi fatti a Roma non diminuiscono il merito per la brillante
riuscita dell’operazione anfibia e offensiva. Quando il Senato richiamò
la maggior parte delle forze romane in Africa, Regolo fu lasciato con un
contingente troppo piccolo per assoggettare una a una le città
cartaginesi della regione. Durante la Battaglia del 255 a.C. sulle rive
del Megerda, presso Tunisi, l’impetuoso Attilio Regolo impiegò una
tattica e una strategia che non valsero a proteggere la sua cavalleria,
molto meno numerosa di quella avversaria, e non ostacolarono
adeguatamente la potenza devastante degli elefanti nemici (37).Le forze
romane, alla fine, uscirono trionfanti dalla prima guerra punica. I capi
cartaginesi si arresero nel 241 a. C. dopo la chiara sconfitta subita
dalla loro flotta alla Battaglia delle Egadi. Ciò che caratterizzò
strategicamente il conflitto fu la lotta per il controllo del mare e
della Sicilia. Tatticamente, la guerra fu contraddistinta dall’uso del
corvo, apparecchio che consentì ai comandanti navali romani di
controbattere la superiore perizia marinaresca degli ammiragli
cartaginesi. Il risultato più importante del confronto fu
l’affermazione di Roma come grande potenza marittima nel Mediterraneo.
traduzione
dell’inglese di FRANCESCO PASCAZIO.
Note
(1)
Robert Deb Heinl Jr., Dictonary of Military and Naval Quotations, US
Naval Institute, Annapolis, Maryland, 1966, p.288.
(2) Tenny Frank Roman Imperialism, Cooper Square Pub., New York, New
York, 1972, pp. 111-133.
(3) George Child Kohn, Dictionary of Wars, Facts on File, New York, New
York, 1999, pp. 383-384.
(4) Polibio, The Histories of Polybius, traduzione in inglese, di W.R.
Paton, delle Storie di Polibio, Volumi 1-6, William Heinemann, Londra,
1922, Polibio, 1.11.9-15.
(5) Zonaras, Dio’s Roman History, traduzione in inglese, di Ernest
Cary, della Storia Romana di Dione Cassio Cocceiano, Volumi 1-9, William
Heinemann, Londra, 1914, Zonaras, 8.9. (Joannes Zonaras è un annalista
bizantino della prima metà del XII secolo).
(6) John D. Montagu, Battles of the Greek and Roman Worlds, Greenhill
Books, Londra , 2000, p.171.
(7) Polibio, op. cit., 1.12.1-4; Zonaras, op. cit. 8.9.
(8) Polibio, op. cit., 1.16.
(9) Polibio, op. cit.. 1.19.5-11; Zonaras, op. cit. 8.10.
(10) Polibio. op. cit., 1.21.4-8; Zonaras, op. cit., 8.10.
(11) Polibio, op. cit., 1.22; Zonaras, op. cit., 8.11.
(12) Polibio, op. cit., 1.22-23; 1.25.1-4; 1.25.7-28; Zonaras, op. cit.,
8.11-12.
(13) Brian Caven, The Punic Wars, Barnes & Noble, New York, New
York, 1980, p. 31.
(14) Polibio, op. cit., 1.26.
(15) Polibio, op. cit., 1.25-26; Appiano di Alessandria, storico romano
del II secolo, stimò il numero totale delle navi a 350. Appiano,
Appian’s Roman History, traduzione in inglese, di Horace White, della
Storia Romana di Appiano, Volumi 1-4, William Heinemann, Londra, 1930,
Appiano,8.1.3.
(16) Caven, op. cit., pp. 32-33.
(17) Polibio, op. cit., 1.25.
(18) Zonaras, op. cit., 8.12.
(19 Matthew Bunson, Encyclopedia of the Roman Empire, Facts on File, New
York, New York, 1994, p. 387; William L. Rodgers, Greek and Roman Naval
Warfare, Naval Institute Press, Annapolis, Maryland, 1964, p. 306.
(20) Ellen Churchill Semple, The Geography of the Mediterranean: Its
Relation to Ancient History, Constable, Londra, 1932, pp.578-580.
(21) Le flotte romane del tardo periodo repubblicano erano organizzate
in squadre, ciascuna composta di 60 navi. Chester G. Starr, The Roman
Imperial Navy 31 a. C.- 324 d. C., Ares, Chicago, Illinois, 1993, p. 40.
(22) Polibio, op. cit., 1.29.
(23) Ibidem, 1.25.7-28.
(24) Ibidem, 1.29.
(25 Ibidem, 1.29.
(26) Zonaras, op. cit., 8.12.
(27) Polibio, op. cit., 1.29; Zonaras, op. cit., 8.3.
(28) Appiano, op. cit., 8.1.3.
(29) Polibio, op. cit., 1.30.
(30) Ibidem, 1.30.
(31) Polibio, op. cit., 1.32-34; Zonaras, op. cit., 8.13; Appiano, op.
cit., 8.1.3.
(32 Polibio, op. cit., 1.59-63; Diodoro Siculo, World History,
traduzione in inglese, di C.H. Oldfather, della Storia Universale di
Diodoro Siculo, Volumi 1-10, William Heinemann. Londra, 1933, Diodoro,
24.11.
(33) Tito Livio, History of Rome, traduzione in inglese, di B.O. Foster,
F.T. Sage e A. C. Schlesinger, della Storia di Roma di Tito Livio, Libri
41-45, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1919-1957,
Tito Livio, 45.38.14-16.
(34) Ronald Mellor, The Roman Historians, Routledge, Londra, 1999, pp.
8-10.
(35) Michael Grant, Greek and Roman Historians, Routledge, Londra, 1997,
p. 12.
(36) NdR - Tito Livio narrò la prima guerra Punica in quattro libri
(dal XVI al XIX delle sue Storie) che sono purtroppo andati interamente
perduti. La predetta citazione di Livio è invece una breve osservazione
scritta nel libro XLV facente parte di un discorso che Tito Livio
attribuisce a Marco Servilio nel 167 a.C. (quasi un secolo dopo la prima
guerra Punica):«nessuno può togliere a Lucio Paolo l'onore di aver
portato a termine la guerra in Macedonia, più che a Caio Lutazio quello
di aver concluso la prima guerra contro Cartagine o a Publio Cornelio la
seconda, e a quanti hanno riportato trionfi dopo di loro».
(37) Adrian Goldsworthy, The Punic Wars, Cassell, Londra, 2000, pp.
86-90.
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