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RICORDI DI UN ADDESTRAMENTO AL SAN MARCO PER MARE PER TERRAM 1993 - 1994:
La scritta "San Marco", su sfondo rosso, era posta all'ingresso della caserma. Poggiata al muro, appena sotto, un'ancora, per rimarcarne l'appartenenza alla Marina. Mi tornò in mente, per automatismo mentale, il mio professore di diritto delle scuole superiori, il primo a parlarmi del reparto e alcune immagini televisive, trasmesse in occasione della missione "Ibis" in Somalia nel dicembre 1992, ultima grande operazione, in ordine temporale, a cui prese parte il Battaglione prima del mio arrivo. Da quando decisi di inoltrare domanda di trasferimento dai ruoli matricolari dell'esercito (forza armata di originaria appartenenza) a quelli della Marina e, all'interno di questa, a quelli del Battaglione, mi dedicai assiduamente alla ricerca di qualsiasi tipo di documento o testimonianza recente, in grado di fornirmi informazioni maggiormente dettagliate sul reparto, sull’addestramento, sull'addestramento e su tutto ciò che poteva essere utile per superare la fase di selezione. A dire il vero ben poco venni a sapere e gran parte di questo si rivelò essere poi il frutto dell'immaginazione di chi al reparto, verosimilmente, non aveva mai appartenuto.
Se avessimo superato tale periodo, avrebbe avuto inizio una seconda fase
di selezione della durata di dodici settimane, nella quale ci sarebbe
stata assegnata la nostra specializzazione. La scelta di quest'ultima
dipendeva dalle esigenze del reparto tenuto conto altresì
dell'attitudine di ciascun candidato. Ogni fine settimana veniva stilato, per la settimana successiva, il programma delle attività che veniva poi reso noto mediante affissione in bacheca.
Eravamo costantemente seguiti dagli istruttori, in pressoché tutte le
esercitazioni. Essi poi per talune attività (corse, marce veloci etc.),
non si limitavano ad impartire semplicemente ordini; li eseguivano,
come noi. Questo comportamento era molto apprezzato dalla truppa la
quale ne traeva prima di tutto esempio.
A questo proposito è utile precisare come le attività svolte durante
tale periodo variavano anche in funzione della specializzazione
assegnata che, nel mio caso, fu quella di pioniere (il 10° contingente
1993 venne difatti suddiviso nel corso pionieri e nel corso mortaisti).
Quest’ultima specializzazione contemplava, oltre la preparazione
tipica dell'assaltatore, la conoscenza e l'impiego del materiale e
degli ordigni esplosivi in dotazione.
Svariate erano le tipologie di mine adottate, da quelle antiuomo ad
azione locale o estesa, a quelle destinate alla perforazione di mezzi
non corazzati ed a quelle anticarro. Imparammo inoltre a costituire
semplici trappole esplodenti mediante l'utilizzo, ad esempio, di bombe
a mano (modello OD-82), con o senza l'ausilio di filo di inciampo. Durante il corso i poligoni di tiro erano programmati con cadenza quasi settimanale. Ogni componente la squadra, allora composta da 8 fucilieri o aspiranti tali (appellati ironicamente << UFI >>), era dotato del fucile d'assalto Beretta AR-70 calibro 5,56 mm NATO; vi era anche la versione con calcio ribaltabile modello SC-70. Preciso a riguardo come già verso la fine del mio servizio giunsero alcuni modelli della nuova versione (70/90) per la quale fu tuttavia richiesta una modifica finalizzata ad evitare lo sgancio accidentale del caricatore. Sgancio che invece risultava molto più difficile nella precedente versione.
Altra arma individuale in dotazione al Battaglione (Gruppo Operativo)
che, data la tipologia di calibro (9 mm Parabellum), meglio si
adattava ad essere impiegata in contesti urbani, era rappresentata
dalla Pistola Mitragliatrice Beretta comunemente nota come M-12, arma
già in dotazione alle forze di polizia. Venne poi acquisita,
nell’autunno del 1994, la più moderna Heckler & Koch MP5A di eguale
calibro che purtroppo non ebbi modo neanche di vedere. L'arma di reparto era rappresentata invece dalla ormai nota MG 42/59 calibro 7,62 mm NATO, arma potente ma decisamente pesante da trasportare. Verso la fine del mio servizio fece il suo ingresso invece la FN MINIMI' di calibro 5,56 mm NATO il cui impiego vedeva tramontare sia la figura del servente sia la necessità di sostituzione della canna. Nel periodo di selezione eseguimmo con assidua frequenza operazioni di sbarco mediante l'ausilio di svariati mezzi: dai gommoni (battelli radial), ai mezzi anfibi, agli elicotteri. Imparammo la discesa con la corda da questi ultimi (c.d. barbettone) unitamente alla discesa in corda doppia in parete.
Effettuammo marce veloci (trattasi di marce, da eseguirsi entro un
determinato lasso temporale, consistenti in un'alternanza continua di
corsa e passo veloce), in pieno assetto da combattimento, comprensivo
di zaino tattico, coprendo distanze gradualmente crescenti fino a 10
km. Allo stesso modo avveniva per quelle cosiddette "ordinarie",
secondo l'assetto sopra descritto, fino a 20 Km, distanza quest'ultima
che si elevava ulteriormente nel caso di personale di ferma durante il
periodo di specializzazione (RCS). Il reparto operativo appariva una struttura del tutto diversa rispetto al Gruppo Scuole. Al proprio interno operava infatti personale di ferma che, nella maggioranza dei casi, aveva già avuto modo di partecipare a missioni all'estero, dalle quali aveva tratto una preziosa esperienza. Avemmo modo così di perfezionare sensibilmente le nostre tecniche di combattimento: da quelle in campo aperto, a quelle nei centri abitati e nei boschi. Imparammo inoltre molte altre cose. Come preparare un’imboscata o reagirvi, ad esempio, come effettuare una perquisizione e, ancora, come costituire un posto di blocco. Durante la mia permanenza nel Gruppo Operativo ebbi modo di partecipare sia all’annuale esercitazione in Sardegna, svoltasi nel maggio del 1994, sia al G-7 tenutosi a Napoli nel luglio dello stesso anno. Fra l’altro prima che si svolgesse tale ultima missione un certo numero di fucilieri appartenenti al 10°/1993 fu imbarcato sulla nave da sbarco San Giusto. Li rividi soltanto nell’ottobre dello stesso anno quando ormai, facendo parte del 9°/1993 aggregato al 10°, ero prossimo al congedo.
Tornando col ricordo a quel periodo, posso affermare che l’elemento
comune tra il Gruppo Scuole e l’Operativo era dato dall'estrema
serietà e disciplina con cui le attività quotidiane venivano
espletate. In tale contesto non trovavano terreno fertile fenomeni
come il “nonnismo”, a me completamente sconosciuto. Al contrario, si
può affermare come all’interno del plotone il soldato anziano forniva
di fatto un valido ausilio alla recluta, la quale ne traeva in ultima
istanza preziosi consigli. Tale comportamento faceva sì che si
costituisse una maggiore amalgama fra i fucilieri appartenenti al
reparto evitando il formarsi di inutili rancori e antagonismi e
lasciando invece spazio al rispetto per la figura dell’anziano. Quando si opera in squadra è facile comprendere come il fallimento dell'azione investa tutti quanti con conseguenze a volte irreversibili. Era quindi necessario che ognuno di noi compisse al meglio il suo dovere e collaborasse pienamente con gli altri sottraendosi a qualsiasi tentazione individualista. Inoltre non era assolutamente tollerato che il responsabile di un fatto non ammesso potesse celare la sua colpevolezza con il silenzio. Se ciò fosse accaduto le conseguenze negative si sarebbero riversate ugualmente su tutti gli altri; insegnamento quest'ultimo che capimmo purtroppo a nostre spese. Ci fu sempre ribadito che nella vita militare, così come in quella civile, il nascondersi dietro gli altri non avrebbe mai pagato. Occorreva al contrario avere sempre il coraggio di assumersi le proprie responsabilità. Rammento ad esempio l'episodio, accaduto al Gruppo Scuole, in cui, dopo un'intera giornata di addestramento fuori Brindisi iniziata molto presto rispetto al solito, ci ritrovammo, per viltà di qualcuno, a prolungarne gli effetti con una salutare corsa, interrotta soltanto dalle immancabili flessioni, muniti di tutto l’equipaggiamento (armi, zaino tattico etc.) sino a tarda notte. Nulla da ridire se non fosse che sapevamo già di avere in programma, a pochissime ore dal nostro rientro in caserma, una marcia veloce di 8 Km che naturalmente fu eseguita. La ciliegina sulla torta fu costituita, oltre che dall'ovvia interruzione della libera uscita con conseguente consegna dell'intero plotone, dal blocco delle licenze che, essendo già molto rare, contribuì con indubbia certezza all'innalzamento del morale della truppa.
Dopo un paio di giorni il colpevole fu trovato.
Ogni mattina ad esempio, a turni di due e prima dell'alzabandiera,
ciascuna camerata, con relativi bagni, doveva essere pulita alla
perfezione poiché i controlli si spingevano sino alla verifica di
eventuali residuati di polvere nei luoghi meno accessibili (dietro i
letti ad esempio o sopra le porte o le finestre). La domenica mattina
si raggiungeva poi l'apoteosi. I controlli si spingevano ben oltre
sino a sollevare gli armadietti individuali.
Inoltre i contenuti di alcune canzoni, facevano maggiormente acquisire
la consapevolezza di appartenere ad un reparto dalle gloriose
tradizioni di cui ci sentivamo, in un certo qual modo, i testimoni.
Non sono certo in grado di esprimere un
giudizio sullo stato attuale del reparto né intendo farlo. Posso però
testimoniare, per diretta esperienza, come il periodo trascorso presso
il Battaglione San Marco abbia contribuito con indubbia certezza alla
formazione di migliori futuri cittadini, rafforzandone il temperamento
e facendo comprendere loro concetti come << patria e onore >>,
concetti di cui risulta decisamente carente l'attuale società civile. Viva l’Italia, viva San Marco. Pietro Pezzulla
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